mercoledì 17 marzo 2010

LA GLOBALIZZAZIONE: due prospettive sulla situazione attuale.

lezione all'autogestione del Liceo Classico del 4 febbraio 2010

PRIMA PARTE: Analisi socio-economica secondo la sociologa statunitense Saskia Sassen.



La Sassen afferma che la trasformazione epocale che stiamo vivendo chiamata globalizzazione (ovvero l’emergere di un apparato di istituzioni e dinamiche globali che coinvolge anche lo stato-nazione) non è una semplice vittimizzazione degli stati nazionali. Noi ragioniamo secondo il quadro epistemologico secondo il quale ogni cornice prevede un’esclusione (o c’è globalizzazione o c’è nazione): in realtà la globalizzazione ha origine dalle potenzialità dello stato-nazione (ci troviamo nella dimensione del de-nazionale: quella nazionale non è conclusa ma è funzionale a tanti aspetti del processo della globalizzazione). Questo alla luce della sua teoria secondo la quale i sistemi complessi (quali gli stati-nazione e l’attuale sistema globalizzato) non si producono dal niente: essi nascono dal riposizionamento di particolari capacità (=particolare assemblaggio di specifiche istituzionalizzazioni di Territorio, Autorità e Diritti) appartenenti al periodo precedente che vengono innestate sui binari di una nuova logica organizzatrice (=dinamica feudale, nazionale, globale) passando per il cosiddetto punto di svolta (=combinazione di dinamiche e risorse che può introdurre una nuova logica organizzatrice).
Così come capacità medievali hanno reso possibile la formazione del territorio statale e nazionale e il concetto di autorità sovrana grazie a pratiche informali (chiesa>concetto di patria, rivalità imperatore/papa>concetto di unico sovrano), così negli stati-nazione avvengono processi poco visibili e pratiche informali che contribuiscono a creare sistemi globali, microprocessi percepiti come nazionali che denazionalizzano ciò che era stato costruito come nazionale e riorientano componenti particolari di istituzioni e pratiche specifiche verso logiche globali. Ci dice la Sassen che due sono le dinamiche che trainano la globalizzazione: la formazione di istituzioni e processi globali (FMI, WTO) e i processi localizzati in ambienti nazionali orientati verso agende globali (reti e formazioni transfrontaliere). Inoltre individua due strumenti della globalizzazione: il mercato finanziario elettronico e tutto quello che avviene negli stati nazionali (problemi locali in un contesto globale). Negli stati-nazione vi sono due processi principali: la privatizzazione delle norme di diritto (denazionalizzazione, ridistribuzione del potere all’interno dello stato: l’esecutivo accresce il suo potere a scapito degli altri rami, aumenta la segretezza del governo in corrispondenza dell’erosione della privacy dei cittadini, deregolamentazione, erosione delle funzioni e dell’autorità del parlamento in alcuni degli stati più avanzati del nord globale, potere di mercati e di imprese globali di istituire i loro bisogni all’interno di componenti particolari dello stato come le banche centrali o i ministeri delle finanze, funzioni e forme di autorità un tempo limitate al dominio pubblico ora si trasferiscono nella sfera privata dei mercati con una corrispondente ricodificazione normativa, interessi privati si inseriscono nel processo deliberativo pubblico dove sono rappresentati come “pubblici”) e la rinazionalizzazione di alcuni problemi globali (immigrazione).
Un punto di svolta importantissimo per il riorientamento verso una logica organizzatrice globale è stata la conferenza di Bretton-Woods: lì si fece uno sforzo per istituire un sistema di governo internazionale, ma non fu parte della nuova logica organizzatrice dell’era globale. Il sistema di governo globale serviva solo ad assicurare autonomia agli stati nazionali e a preservare le loro economie nazionali da forze internazionali, ma sviluppò capacità per la gestione delle dinamiche globali.
Ispirandosi alla teoria della pluridimensionalità dello spazio di Lefebvre e a quella delle eterotopie e del terzo spazio intermedio di Michelle Foucault, la Sassen afferma l’esistenza dei cosiddetti “terzi spazi”, vale a dire degli spazi intermedi che stanno tra globale e nazionale, non esclusivi ma che partecipano di entrambi, in cui possiamo vedere empiricamente ciò che un processo produce poichè qui i processi diventano visibili: è un’ apertura alle possibilità. La Sassen li individua nelle 40 città globali (sono punti di contatto tra globale e nazionale e per questo le definisce scale subnazionali). Queste città sono terzi spazi poiché: ospitano il conflitto tra la grande massa dei soggetti informali e quella della finanza, vi si concretizzano i processi della globalizzazione, contengono e localizzano al massimo il fenomeno globale dell’immigrazione, sono la sede di conflitti e contrattazione del capitale, vi si ha una destabilizzazione dei sistemi moderni di organizzazione di territorio e politica a causa della presenza di capitale affiancato alla massa di svantaggiati e di soggetti con diritti parziali che reclamano presenza.


SECONDA PARTE: Alcune considerazioni filosofiche del filosofo tedesco Peter Sloterdijk.



Per Sloterdijk è in atto una trasformazione immunologica nella società. Egli afferma che, avendo messo a riposo lo stato nazionale, è stato messo a riposo anche il rapporto politico-abitativo più vasto possibile: impresa dello stato nazionale è stata infatti quella di fornire alla maggioranza dei suoi abitanti una sorta di domesticità, ovvero una struttura immunologica percepita come convergenza del luogo e del sé o come identità regionale. In questa società però quello che ha rappresentato situazioni-container è stato intaccato in modo decisivo dalle tendenze globalizzatrici: da un lato queste società allentano i legami con il luogo, dall’altro si moltiplica il numero dei luoghi di transito con i quali non è possibile stabilire un legame abitativo. Quando l’intreccio di luogo e sé è allentato o dissolto, si hanno due posizioni estreme: le società globalizzanti si avvicinano così contemporaneamente all’estremo nomadico (sé senza luogo,>diaspora ebraica, non si considera la terra come contenitore di un popolo o come l’apriori del senso della propria vita o della propria identità) e a quello desertico (luogo senza sé, non-luoghi, regioni invivibili, deserti secondari prodotti dall’uomo con i quali gli uomini non sviluppano rapporti di identificazione, spazi di transito come stazioni, aeroporti, strade, centri commerciali, villaggi turistici, tali luoghi esistono indipendentemente da una popolazione abituale).
Un altro concetto fondamentale di Sloterdijk riguarda quella che chiama posthistoire. Per lui ci troviamo in un periodo post-storico: dal 1945 la potenza capace di fare la storia degli autori europei dell’espansione è dissolta. Egli considera storia solo quella che chiama “globalizzazione terrestre”, ovvero il cosiddetto millennio europeo, il periodo caratterizzato dall’asimmetria tra il fare degli agenti europei e quello dei non europei, dal colonialismo, dall’unilateralismo. Solo il periodo che va dal 1492 al 1945 può chiamarsi storia perché risponde alla domanda ontologica: come si sono potute venire a creare le circostanze dell’epoca globale?
Utilizzando una metafora creata da Dostoevskij, Sloterdijk paragona la civilizzazione occidentale ad un palazzo di cristallo (quello dell'esposizione universale di Londra del 1862). Esso è una casa sigillata della vita, nella quale non cè spazio per nessun evento storico, nessuna politica ed elettori (solo concorrenza tra partiti per i consensi). È una serra gigante del relax dedicata al culto del consumismo. Il progetto dei poteri statuali è universalizzare normativamente la noia, impedire l’irruzione della storia nel mondo post-storico, favorire l’irrigidimento, con una promessa: che il comfort non smetta mai di affluire e crescere. Si ha una svolta del sistema-mondo verso un capitalismo autoritario: nell’enorme palazzo di cristallo si sviluppa un capitalismo integrale orientato all’esperienza e popolare.
Nel palazzo la densità (vicinanaza obbligata di innumerevoli individui) garantisce una resistenza cronica a sviluppi unilaterali. Il cronico soggiorno in ambienti densi causa inibizione: l’intervento unilaterale e la libertà di azione sono un utopia, argomenti del periodo storico. Ci sono ancora espansioni unilaterali perché certi attori pensano di vivere ancora prima della densità. Un esempio sono i terroristi: essi riproducono il momentum dell’espansione europea dal 1492, un superamento dell’inerzia con l’atto dell’attacco, esprimono un’asimmetria euforica della pura aggressione e le gioie dell’unilateralità. Poiché però gli agenti islamici sono in ritardo per una ridistribuzione di beni e terre, essi occupano spazio nell’informazione (infospace attivamente invaso e spartito come africa e americhe). Possono fare ciò perché il male diverte: i sistemi nervosi degli abitanti del palazzo sono facilmente occupabili perché condizionati dalla noia diventano consumatori di terrore. La prassi terrorista è così diventata quella di sfruttare il carattere ipercomunicativo dell’infosfera occidentale con esplosioni telegeniche. Neoliberismo e terrorismo si coappartengono: nutrono fiducia nell’attacco, attuano una strategia di espansione unilaterale sul continente post-storico, considerano il mondo come un bene senza padrone: sono accomunati dallo stesso fondamentalismo dell’attacco.
I neoliberisti continuano a voler partire come navigatori affamati d’oro, i terroristi sognano di montare a cavallo come tribù monoteistiche del VII sec. Entrambi devono però scendere a patti con la situazione del nostro tempo perché considerano la rete moderna come la loro più grande chance. Per Sloterdijk dopo la storia cercheranno di fare storia solo coloro che non vedono che essa è finita, producendo forme di autismo con enorme eco nei media: l’11 settembre è solo violenza unilaterale senza progetto, è solo l’espressione della capacità di condurre un attacco puntuale al palazzo. Il diritto dell’esistenza dello stato non deriva quindi dalla funzione hobbesiana (fornisce abbondante protezione alla vita dei cittadini), esso è un distributore di accesso ai comfort, il terapeuta immaginario dei suoi cittadini, il garante dei vizi.
Sloterdijk ci parla di mutazioni nello spazio del vizio: da quando la necessità è stata sostituita dal capriccio, il welfare state serve a garantire pace, intrattenimento e approvigionamento permanenti. Tutto questo provoca noia e stress non specifico (irritazione) negli abitanti del palazzo, i quali sono costretti a ridurre lo stress con misure specifiche dette sgravi. Sloterdijk ricorre alla metafora dell’ascensore del vizio che conduce ai 5 piani dello sgravio per simboleggiare l’istituzione di un sistema di sgravio dal quale passiamo tutti.
Primo piano: coloro che hanno ottenuto un reddito che non contempla prestazioni d’opera (valore di vizio del denaro).
Secondo piano: cittadini rilassati che approfittano della sicurezza politica senza essere disponibili alla lotta, partecipazione senza prestazioni, decadenza della mascolinità.
Terzo piano: quelli che prendono parte alle prestazioni immunologiche (assicurazioni) senza una storia di sofferenze, frivolezza, noncuranza privata.
Quarto piano: consumatori di sapere la cui acquisizione non richiede esperienza.
Quinto piano: i famosi senza motivo. Notorietà>valore in sé.

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