martedì 11 maggio 2010

SASKIA SASSEN “SFIDE GLOBALI NELLE CITTÀ”

”When our major global challanges hit the ground in the cities”

10 maggio, facoltà di Scienze Politiche, Bologna

conferenza di chiusura del festival transeuropa organizzato dall’associazione European Alternatives.


In una Sala Poeti gremita la sociologa americana (Committee on Global Thought, Columbia University), durante una conferenza multilingue in cui si mescolano inglese, italiano e spagnolo, parla dell’impatto dei flussi globali nelle città.
Per capire lo spazio urbano, inizia spiegando tre concetti per lei fondamentali: il primo è il making of histories, un fare nel senso materiale. Per la Sassen il potere infatti è made, e in quanto fatto si può anche rifare: questa società può essere rifatta riassemblandone i componenti. Il secondo concetto è quello dell’empowerement (=give or delegate power or authority to).
Si tratta di ripensare la mancanza di potere, di capire quando le condizioni hanno permesso a quelli senza potere di fare la storia (senza tuttavia gañarlo). Il terzo punto è una domanda: cosa succede quando si destabilizzano i significati diventati (per un certo periodo, variabile) master categories stabili?

Per quanto riguarda il primo punto, la Sassen porta l’esempio dell’immigrazione negli USA, in quanto fenomeno visibile che permette di spiegare i processi di fare in corso. Essa sostiene che è stato fatto un nuovo spazio dell’immigrazione, che è in realtà uno spazio della persecuzione, il quale è stato deliberatamente costruito (fatto) a partire da Clinton in poi. Attraverso l’implementazione dei fondi all’INS (poi diventato Homeland Security) e in seguito con la creazione dell’incostituzionale Patriot Act (che tratta la questione dei rimpatri in base ad uno stato di eccezione, che considera l’immigrazione un fatto di sicurezza nazionale e che autorizza i singoli stati a legiferare autonomamente sull’immigrazione). Questo è un esempio di come un assembleggio di pratiche e “leggine” produca un risultato ben preciso (in questo caso la persecuzione dell’immigrazione come reato). Un altro esempio altrettanto efficace potrebbero essere i processi di salvataggio delle banche odierni, i quali non sono semplicemente la risposta ad una situazione eccezionale, ma vengono pensati e sono made da vent’anni.

Per quanto riguarda il secondo punto, il concetto fondamentale è che non è sufficiente protestare: bisogna fare, esattamente come fa il potere. Non funziona il ragionamento Hegeliamo master-slave del “dammi un po’ di più”. Importante è capire che la mancanza di potere può diventare complessa, e dalla complessità nasce la possibilità di fare (anche se non sempre dal fare deriva il potere). In questo concetto rientra anche il terzo punto, la “destabilizzazione dei significati”, ”making stable meanings unstable”. Noi consideriamo infatti il potere come una questione di decisioni, in realtà il potere fa. Questa è la destabilizzazione di un significato che, lascia intendere la Sassen, dovrebbe avvenire anche “dall’altra parte della barricata”.

Saskia Sassen si inoltra a questo punto nella seconda parte della conferenza, dove si tratta il tema della città e di quando le sfide globali la colpiscono. Un esempio efficace è quello delle lotte nelle grandi città: lotte specifiche, localizzate, ma al contempo orizzontali e globali. C’è un’infrastruttura globalizzante che dà significato a queste lotte locali e particolari: la città visibilizza e comunica questo processo. Essa dà ai powerless la possibilità di diventare una moltitudine (possibilità che gli è preclusa nelle campagne per loro natura), e questo fa politica.
Le città hanno una serie di caratteristiche peculiari: lo spazio città contiene le cosiddette nuove guerre (guerre tra gang, tossicità,..) that kill slowly. Inoltre, al contrario dei governi nazionali che parlano, quelli delle città sono costretti a fare concretamente (esempio dei tentativi per difendere la qualità dell’aria a Los Angeles e Tokyo iniziati fin dagli anni ’80). Questo è il motivo principale, secondo la Sassen, per cui il Summit di Copenaghen è stato un fallimento: una riunione dei governi nazionali sul tema ambientale.
Lo spazio urbano poi urbanizza la guerra. Nelle città si svolgono guerre asimmetriche, che vedono stati con eserciti convenzionali contro terroristi e guerriglieri. Lo spazio urbano ha quindi la capacità di fermare e ostacolare gli eserciti superiori.
Lo spazio urbano è un prodotto collettivo, per questo uccidere in città è diverso da matar nella giungla: uccidere in città produce una paura ontologica, destabilizza, crea insicurezza. Per questo nel distruggere qualcosa o uccidere in città c’è qualcosa di “speciale”. Per questa sua particolare caratteristica, la città è un weak regime che non può fermare il potere ma può ostacolarlo. Ad Atene o a Bangkok gli eserciti non hanno ucciso come avrebbero potuto tranquillamente fare non a causa delle leggi ma di qualcosa di superiore intrinseco alla natura della città: il potere non può esercitare il suo potere pieno nelle città. Essa è uno spazio di resistenza per le sue qualità materiali (per questo la privatizzazione degli spazi urbani è pericolosa).
Infine la Sassen apre una parentesi sullo shift from territory to commodity. Si tratta della vendita, a partire dal 2006 (quando è iniziata la crisi economica) di migliaglia di ettari di terreni da parte degli stati. Le ragioni di queste compravendite sono tre: 1per il possesso dell’acqua (la Coca Cola ha acquistato un enorme zona in sudamerica per controllarne le fonti, indipensabili alla sua produzione) 2 per installare grandi piantagioni 3 per il controllo dei nuovi elementi chimici diventati essenziali per le nuove tecnologie. La conseguenza di tutto ciò è che land has become more valuable than people on it. Queste compavendite producono massive expulsions e un active surplus che si traduce in uno spostamento di massa nelle città. È un processo che sta solo cominciando.

intervento sulla Sassen del tizio di Scienze Politiche che presentava la conferenza:

Quella della Sassen è una metodologia sovversiva e materialista programmata sulla destabilizzazione dei significati e sulla metodologia del “fare”, che assume come punto di vista il “confine”, che non è assolutamente sparito come voleva una visione ingenua della globalizzazione.
La globalizzazione per la Sassen ruota attorno a due processi: la destabilizzazione dei significati e il making, il “farsi” del globale.

ultime considerazioni di Saskia Sassen:

-cosa vuol dire “fare” nella città: significa principalmente fare il sociale (a causa delle diversità in essa presenti).
-cosa sono le violenze urbane(banlieau, Atene): una forma di politica povera di chi non può essere ascoltato. È su un piano molto diverso rispetto alla criminalità.
-le grandi città globali hanno bisogno di impersonalità, thin socialities, indiferencia compartita. Queste sono capacità essenziali che consentono alle città di avere le caratteristiche e le potenzialità finora elencate.

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